MAO HUNAN – via Porpora 5

Lo Hunan è la provincia della Cina in cui nacque Mao Zedong e ci garantiscono infatti che laggiù Mao ancora ti guarda dipinto da tutti i muri. Questo ristorante si propone di replicare fisicamente la taverna del posto con un grande Mao sulla parete, tanti piccoli Mao sul menù (confezionato a immagine somiglianza del famoso libretto rosso) e proponendo la tradizionale cucina Xiang tipica della zona.
Su quanto avviene colà dove neanche goggle earth assiste ci rimettiamo – relata refero – agli ammiccanti ristoratori. Su quanto avviene qua invece osserviamo che al 5 di via Porpora c’era una latteria di cui il ristorante mantiene l’insegna vintage, cosa che incontra il gusto giovanil-intelletualistico milanese tanto quanto il clima da rimpatriata sovietica pop e tutte le belle grafiche della rivoluzione culturale, che si alternano sul menù a citazioni tratte dal vero libretto rosso.
Il menù è vario, nella proposta, e anche non banale. C’è addirittura una sezione di piatti “che non prendereste mai” ma che ti propongono ugualmente. Tra i quali intestino di maiale fritto (tipo chips) e scodelle con anatra alla birra, preaparazioni fantasiose con il tofu (tirato a spaghetti ad esempio). Niente di realmente estremo (o supremo) direi, a parte l’ossessione per il piccante che, a quanto pare, è la vera cifra stilistica della cucina Xiang. Bene questo piccante è un autentico piccante alla cacatesotto, realizzato con peperoncini lasciati interi, cipollotti e coriandolo. Secco, non unto, e anche fresco, appena messo in bocca, poi letale come la tecnica delle cinque dita di Pai Mei. Va detto che quando ordini lo chiedono sempre se lo vuoi piccante o no, quindi: uomo avvisato…
Per il resto alcune cose non smuovono gli animi come i ravioli di gambero, uovo e verdure che arrivano tutti verdi di spinacio (perché il gambero e l’uovo sono nell’impasto e non si vedono (e non si sentono)) e i prezzi che non sono proprio proletari.
Siccome “la critica va fatta a tempo” diceva Mao, io qui mi fermo e concludo perché, come diceva sempre lui: “se devi levare un dente, è una gentilezza sbagliata levarlo piano!”

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SAKEYA – via Cesare da Sesto 1

Sakeya è la house of sake, dice il sottotitolo, o izakaya, alla giapponese: locale dove prevalentemente si beve (sake) e sono disponibili anche degli spuntini.
Da Sakeya il giapponesismo è qualcosa di quintessenziale. Lo stile dell’arredamento richiama più un gentlemen’s club (poltrone di cuoio, mobili déco in legno, specchi e lampade vintage, mattoni a vista e luce soffusa) che un ristorante giapponese tradizionale. Quanto agli “spuntini” diciamo che non è un caso che il personale di servizio ci tenga a informarvi circa il “volume” delle portate che state ordinando, ce ne vorranno almeno tre per fare una cena.
La lista dei sake è amplissima (occorrerebbero conoscenze più approfondite – cfr. mio articolo su Enoteca WINE) ma il personale gentile e disponibile  saprà ben indirizzarvi. Vengono proposti anche alcuni cocktail a base di sake, estratti di the, infusi di bergamotto, che possono sciogliere il milanese più imbruttito nell’approccio alla nuova bevanda. Da dimenticare in ogni caso il bricchetto caliente che vi ammaniscono a fine pasto nel ristorante giappo medio (raus), il sake è tutto un altro mondo e Sakeya pare il posto adatto per esplorarlo.
La carta si divide in sezioni: ci sono gli Obanzai – antipastini – i Sumibi Kushiyaki – pietanze cotte su brace di carbonella – e le specialità dello chef Masa, vere e proprie portate principali. L’attenzione alla qualità e alla freschezza degli ingredienti è massima e va detto che ogni singolo boccone di qualunque cosa apre una visione mistica sulle idee platoniche del buono, del bello e del giusto (mi sogno ancora la notte l’UNAGI TO NASUBI – tortino di melanzana e anguilla cotto in tempura). Tra gli igredienti troviamo protagonisti imperiali quali, in ordine sparso, i gamberi freschi di Mazzara del Vallo, lo sgombro e il salmone norwegesi, l’astice canadese, il porcelon iberico e soprattutto il WAGYU – vera perla del Giappone che il cameriere celebra con un unico sospiro che fa: manzogiapponesemassagiatoconlabirra.
Si sarà capito a questo punto che Sakeya è una stella del firmamento. Non il posto dove ti abbuffi di sushi e sashimi, ma un raffinato ambiente cosmopolitano dove fare un’esperienza di alta cucina e un’immersione nel sake comme-il-faut.
Nonostante le altezze a cui viaggia il Sakeya è un locale molto accogliente, infatti vi accoglie dall’aperitivo alla cena anche tardi e, a quanto pare, la domenica mattina per il brunch (di cui allego di seguito locandina, e per la bella grafichina che mi piace e per rendere un’idea della spesa che vi attende). Kanpai.

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Poporoya – via Eustachi 17

Poporoya era di moda vent’anni fa, mi ha detto uno chef mentre ci consigliavamo a vicenda dei ristoranti giapponesi. Era di moda GIA’ vent’anni fa, gli ho risposto. Perché se è vero che la moda è qualcosa che cambia in continuazione, e i giornali di oggi sono la carta del pesce di domani, è pur vero che Poporoya è ancora a tutt’oggi sempre pieno. Mi vergogno quasi a scrivere due righe su quella che è un’istituzione, che è stato il faro di noi amanti del giappone quando dire sushi era ancora dire pesce crudo e il milanese ti sventolava la mano davanti alla fronte a dire: te se matt?

Poporoya è effettivamente ancora com’era vent’anni fa – piccolo restyling interno a parte, che non ha alterato la sostanza. Poporoya è, a mio modesto avviso, ancora il miglior chirashi della città. Punto.

Va bene che se non vai presto non ti siedi, va bene che anche quando ti siedi sei incastrato fra quello di fianco e quello di dietro, che l’ordinazione è un atto di fede – un po’ perché non c’è il menù e un po’ perché sei incalzato dalle cameriere sudamericane da una parte e raggelato dall’ermetismo nipponico alla cassa dall’altro. Va bene. Va bene tutto. Ripeto: il miglior chirashi della città. Ordinatelo SPECIALE e più non dimandate. Costa qualcosa in più ma il té ve lo offrono loro, quindi tirate fuori ‘ste due lire e sparatevi un’emozione.

Da Poporoya poi ci si va anche per Shiro, autentico signor Marrabbio con tanto di fazzoletto arrotolato in testa, che da oltre vent’anni sprizza simpatia – incurante del marasma della sala – e saluta con uno squillante CIAO NE’ chiunque entri o esca. Narra la leggenda che Shiro arrivò a Roma, a fare sushi per il primo ristorante giapponese in Italia, poi venne a Milano e aprì Poporoya (e poi l’omonimo Shiro, dall’altra parte della strada). Ma lui resta da Poporoya, locale che letteralmente presiede da dietro il bancone del sushi, che lui senza sosta lavora e prepara di fronte a tutti. Alle sue spalle, incorniciato, il diploma che lo autorizza a preparare il pesce palla – sorta di incoronazione, che da noi vale poco perché non lo assaggeremo mai, ma che in Giappone prendono abbastanza sul serio dato che il pesce palla è velenoso e se non sai pulirlo, lo mangi e muori.

Bene, questo è Poporoya. Provate anche i gyoza, il sushi e il sashimi, il piatto di spiedini di pollo e le polpette di polpo fritte. Magari la seconda volta, la prima già l’ho detto: chirashi “speciale” (se non vi basta la paghetta prendete quello “misto”, la qualità è sempre quella).

Ramen Shop – via Tadino 13

Innanzitutto scegliamo il tavolo. Il locale è piccolo e può darsi quindi che non sia possibile decidere dove sedersi, ma, nel caso invece lo fosse, assicuriamoci di occupare un tavolino a vista bancone. Mentre tutto il locale è minimale e nipponico, infatti, il bancone ricorda proprio quello di una pizzeria. C’è l’ampio pianale in marmo e l’alzata di vetro che ripara i lavori ma permette di guardarli, e proprio qui viene il bello: durante la cena ci sarà molto da guardare.
L’avvio delle operazioni sarà preannunciato da una serie di potenti tonfi. E’ la massa della pasta che colpisce violentemente il pianale. La massa viene così lavorata e poi allungata e poi intrecciata a se stessa e infine ridotta tutta a panetti. Man a mano che gli ordini di ramen arrivano in cucina, dove vengono preparati i brodi e tutto quel che ci galleggia dentro, il mastro pastaio al front office fa il suo numero. Il miracolo di prestidigitazione a cui assistiamo è l’allugamento, lo sdoppiamento e progressivo sfrangiamento di ogni singolo panetto e in definitiva la trasformazione dello  stesso in una porzione di spaghetti di pasta fresca. Quando fra le dita del pastaio c’è solo un nido di filamenti bianchi il nostro uomo li taglia e precipita nell’acqua bollente. All’arrivo del brodo dalla cucina gli spaghetti si trasferiranno nella nostra ciotola e così maritati in un ramen verranno serviti al tavolo.
I gestori di questo ramen shop sono cinesi, del nord mi dicono, e quando azzardo la domanda ammettono candidamente che la cucina segue però lo stile giapponese. Stile ben seguito comunque. Nel menù, oltre a una buona scelta di ramen, con diversi tipi di brodo (leggero o pesante, di miso, di manzo o di maiale) e diversi tipi di arrosto e differenti verdure, si trovano altre delizie quali kakuni (pancetta di maiale stufata), tori karage (pollo fritto), bao (pane caldo ripieno di carne), agedashi (tofu caldo preparato con brodo di pesce) da scegliere per antipasto. Se poi non siete tipi da pasta in brodo il Ramen Shop offre anche una discreta scelta di piatti di riso fra i quali vale la pena menzionare il katsu-don e l’unagi-don (tradizionale ciotola di riso con cotoletta di maiale o anguilla arrostita).
Ci sembra dunque che il locale meriti senza dubbio un approfondimento, intanto i ramen che abbiamo potuto assaggiare si sono rivelati ottimi: brodo equilibrato, fette di carne morbida e verdure fresche, la porzione di pasta decisamente abbondante ma leggera. Visto che ci siamo lasciati tentare da una porzione di kakuni da dividere possiamo dire anche di quello tenero e saporito, molto vicino ai kakuni giapponesi assaggiati in passato.
Ora non ricordo quanto abbiamo speso ma sono abbastanza sicuro che fosse una somma del tutto ragionevole. L’unica pecca del locale, insomma, è quella di essere troppo piccolo trasmettendo perciò incertezza alle nostre repentine e improvvise voglie di ramen. Sarà bene perciò presentarsi sempre di buon ora.

Vero Cinese – via Boscovich

Qua già il titolo è un programma. Stupisce l’intuizione per il dettaglio che tutti coloro che ricercano vogliono: il vero. L’autentica cucina di un luogo, senza concessioni o imbastardimenti. Stupisce l’intuizione soprattutto perché scavalca una barriera culturale e linguistica quasi intatta. Per capirci il locale è veramente un vero cinese, in ogni senso: sia dal punto di vista della gestione che alla fine ti rilascia lo scontrino fiscale tutto in cinese (salvo i numeri), che da quello della proposta culinaria.
Da Vero Cinese, o Jiang Hu Maocai per i filologi, si propongono sostanzialmente due tipi di piatto (denominati Mao – della provincia del Sichuan – e Hot Pot (?) della confinante provincia Chong Quing) entrambi riconducibili sotto l’etichetta di fonduta cinese. Quindi niente riso cantonese, niente pollo agli anacardi e niente involtino primavera ma ogni tavolo è dotato di un fornelletto stile camping, che viene acceso, e sul quale vi depositeranno una pentolona di brodo. La prima scelta da operare è dunque quella circa il sapore della zuppa, perché poi condizionerà tutto il pasto dato che in quella pentola vi troverete a immergere tutto ciò che avete ordinato per cucinarvelo voi stessi. La scelta è ampia: si possono ordinare pasta, carni, pesci e verdure. Preparazioni per polpette – come il maiale alle erbe o la tartare di gamberi – che ben si prestano ad essere calate tramite l’apposito cucchiaio traforato nel pentolone bollente. Tra le verdure anche le meno convenzionali come il taro (patata dolce), il pac choi (cavolo cinese), la radice di loto, i funghi meravigliosi (!). Per paura di restar senza abbiamo ordinato anche una porzione di uova di quaglia – ne sono arrivate una decina, già sode e sbucciate – che riscaldate nel brodo piccantissimo si sono rivelate una delizia.
Attraverso questa modalità del cucinatelo tu, o per meglio dire del lancia una polpetta nella pentola e poi cerca di ritrovarla, il pasto diventa un’esperienza più che conviviale: ludica direi. Armarsi di pazienza, quindi, e voglia di giocare. Una certa confidenza fra i commensali è consigliata visto che non andrete esenti da schizzi, tiri a vuoto  e paciughi in genere. C’è però da dire che tutte le preparazioni assaggiate erano fresche e profumate e pertanto con più persone ci si siede a tavola più delizie si avrà l’opportunità di assaggiare.

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L’ambiente è simpatico e particolare. Lungi dall’assomigliare al classico ristorante cinese, strizza più l’occhio a un certo minimalismo commerciale nipponico. Si pranza seduti all’interno di una struttura di legno, i menu e le tovagliette sono disseminati di messaggi scherzosi e indicazioni per l’avventore. Su di una parete, inoltre, vengono proiettati degli anime colorati (cartoni animati).
Ultima nota di vero cinese: fra le bevande si trovano alcuni succhi – come quello di prugna affumicata – proposti in bottiglie di servizio ed evidentemente fatti in casa, che costituiscono una valida alternativa analcolica per chi non vuole alzare i toni. Per tutti gli altri  Tsingtao, ovviamente.
Conto: non eccessivo, ma non da abbuffata. Quindi: contegno!

EnotecaWine – via Brentano

Si chiederà il gentile pubblico: perché un’enoteca in tutto questo? Allora: primo perché è uno dei miei posti preferiti in assoluto. Cioè un punto fermo, un porto sicuro dove c’è un briciolo di casa nel mezzo del temporale del mondo. Secondo: per via di Kiyomi, una dei due proprietari e gestori, che propone con semplice grazia e competenza incomparabile il proprio approccio giapponese al vino. E vi dirò che in una città dove l’enoteca, come il sushi, è passata dalla nicchia alla moda nel giro di dieci anni, una città ormai ricca di “vino vinoso”, di “una bottiglia non per tutti” e “champagne che sa di nocciola”, in una città che il concetto di “bauscia” l’ha creato, a Milano insomma un po’ di rigore nipponico non guasta proprio per niente.
Storia di Kiyomi.
Kiyomi Yashida, nata e cresciuta a Tokyo, già a casa sua, nella sua comoda e brillante vita di redattrice di giornali femminili, non domandateci il perché, sentiva il richiamo delle sponde italiche dalle migliaia di chilometri di distanza. Noi ridiamo ma Kiyomi, fra una recensione di un ristorante e un articolo di cucina, sempre cucina italiana si intende, si imbarcò ben undici volte per Firenze, e di lì per varie visite alle maggiori imperdibili bellezze di casa nostra. Alla fine la misura fu colma e Kiyomi decise che, basta , ora che l’Italia era fatta, bisognava fare l’italiano. Detto fatto la Nostra quindi si licenzia, molla tutto, e si trasferisce a Firenze per sciacquare i panni in Arno, cioè imparare il non facile idoma nazionale. Dopo quattro mesi la ragazza era studiata e anche più o meno pronta a rimpatriare ma, cantava Paolo Conte, “è tutto un complesso di cose che fa si che io rimanga qui”. E’ così che in tutto questo trasporto scanzonato e parecchio italico, il genio giapponese si affaccia, alza un dito e chiede: quindi torniamo a casa così, dopo quattro mesi, come un Erasmus qualsiasi? L’ombra del fancazzismo è cosa grama nel Sol levante e Kiyomi ben lo sa ed eccola lì infatti che ti coniuga l’utile al dilettevole iscrivendosi ai corsi dell’Associazione Italiana Sommelier. Qui immaginiamoci che suoni un gong e che il film parta a doppia velocità con Kiyomi che passa tutti gli esami, batte tutti i pronostici e si diploma a tempo di record – come sommelier e anche come qualcos’altro che ora non mi sovviene. In una parola la Nostra è iper qualificata, il genio giapponese soddisfatto e pertanto incline a tornarsene a oriente. Ma… ma… C’è sempre un “ma”. Non esci dal mondo del vino come sei entrata, bambina, te lo dice Bacco: il vino è un dio e ingarbuglia i destini. Kiyomi è brava, la vedono e la cercano, entra in contatto con sommelier stellati, lavora prima in ristorante, poi in enoteca, sempre al top. Così passano gli anni e nel 2011 Kiyomi sarebbe anche pronta per tornare a casa ma, una volta sul posto (altro gong per favore dalla regia): disastro naturale (Fukushima). Chi può lasciare il paese lo lasci e Kiyomi torna da noi.
Di ritorno in Italia la Nostra rilavora, subito, ma presto si stanca e, lupus in fabula, ti incontra il Sebastiano Baldinu – amico di amici, anche lui diplomato AIS. Sebastiano cerca un socio per mettersi in proprio e fornire al mondo la sua versione dei fatti. Kiyomi ci sta e nel 2014 finalmente aprono l’Enoteca WINE, locale essenziale e funzionale, con pochi fronzoli ma tutto l’occorrente per conoscere e degustare.

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Storia di Wine.
Solo pochi cenni di fighezza. Quando chiedo della scelta del nome: né italiano, né giapponese, per stare a metà strada, ed era un dominio libero sulla rete. Quando chiedo del logo, illuso che ci fosse dietro lo zampino giappo, scopro che è un carattere tipografico italiano (forse liberty): la E, usata anche sdraiata così sembra una W (o anche un ideogramma (cinese (per montagna))). Insomma è tutta una serie di fortunate coincidenze, di pezzi che vanno a posto naturalmente, di meriti che non si accaparra nessuno. Eleganza e sostanza, perché qua ciò che anima tutti è parlare di vino e nient’altro. La filosofia del posto?  In un primo momento sembra non ce ne sia una, ma parlando un attimo viene fuori che di ogni bottiglia Kiyomi e Sebastiano conoscono la famiglia e i genitori. A parte qualche concessione al main stream infatti qui si trovano tutti piccoli produttori che i nostri eroi vanno a trovare regolarmente, anche per fare rifornimento – certo – ma da quanto capisco ci andrebbero comunque. Trovare molto biologico e biodinamico su i loro scaffali non è la conseguenza di una scelta fatta a priori, ma il frutto delle loro ricerche – che antepongono il buono al giusto, ma – che seguendo il buono trovano il giusto.  Tanto lavoro di ricerca quindi, lavoro svolto sempre in prima persona: se poi ci sono anche due birre, infatti, sono olandesi come la compagna di Sebastiano; se c’è qualche ottimi vasetto di sottolii, sono sardi come Sebastiano; e se c’è una selezione di sake, fra gli altri selezionatissimi distillati (shochu) nostrani (speciale citazione del cuore – anche se non si dovrebbe – per i distillati di Capovilla) e internazionali, ovviamente è grazie a Kiyomi. Mi viene spiegato per sommi capi, data la mia ignoranza grassa, che il sake si divide fra quello con aggiunta di alcool e quello di sola acqua e riso (jun mai), e da Wine ovviamente trovi solo di questo secondo tipo. Poi ci sono una serie di gradazioni di finezza in base alla percentuale di levigatura dei chicchi di riso utilizzati allo scopo, vi metto un opuscolo che è meglio – con la raccomandazione di andare trovare Kiyomi per farvelo spiegare come si deve.

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Sulle ultime battute della nostra chiacchierata, infine, Kiyomi mi dice una cosa. Non è proprio la filosofia del posto, ma diciamo un piccolo segreto zen valido in tutto l’universo: sono le persone che stanno dietro al banco che fanno il locale. E’ ben per questo cara Kiyomi, e caro Sebastiano, che vengo sempre da voi.

 

WELL KOME – via Bezzecca

Il WellKome è un concept restaurant e appena arrivo infatti mi esprime il concetto cardine di questo blog. Sopra una lavagnetta a cavalletto, aperta di fronte all’ingresso, tutto scritto con i gessetti: non c’è il menù, né l’offerta del giorno, non ci sono i prezzi, né ideogrammi o fonogrammi tanto per fare giappo. No, c’è un’enunciazione di principio, chiara e affilata come l’acciaio di Hattori Hanzo: NO all-you-can-eat/ SÌ qualità.
Mi commuovo, quindi, ed entro immediatamente. Il posto, minimale e un po’ industrial, è praticamente una mensa. Un locale adibito alle proposte culinarie che però si avvicendano nel tempo. Cioé stessa gestione – nipponica vera – ma ristoratori temporanei chiamati dal Sol levante. Al momento (autunno 2017) tiene banco la cucina tipica della zona di Nagoya.

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Il menù è diviso fra “noodles” in brodo (soba di grano saraceno e udon) in varie preparazioni, dal tempura al manzo; “piatti unici” di pollo, manzo, salmone e, udite udite, anguilla (unagi) serviti tutti su letto di riso e accompagnati da una ciotola di zuppa di miso; “tonkatsu”: la cotoletta di maiale preparata in quattro o cinque varianti; e infine “sfiziosita”, che consistono in un certo assortimento di edamame, tempura, spiedini kushikatsu, alette di pollo, sashimi di salmone e onigiri (la palletta di riso ampiamente diffusa nei cartoni animati, ma pressoché irreperibile nella nostra realtà milanese).
Il pesce crudo spicca per lateralità e noi felicemente ci orientiamo su di un menù di terra (più o meno). Apriamo ordinando dalla proposta speciale del mese – foglio a parte inserito nel menù – dashimi (frittata), takoyaki (popette di polpo) e oden (misto di daikon, patata, konnyaku, alghe e uovo sodo marinati). I sapori sono molto delicati e vorremmo dire casalinghi, ci sembra di capire perché in quella zona del Giappone ci sono più centenari che in qualunque altro posto sulla Terra. Il segreto è il cibo, evidentemente.
Sfoghiamo quindi la nostra voglia di sapori più decisi ordinando un katsudon (cotoletta di maiale fritta egregiamente a accompagnata da un riso insaporito da salsa a base di soia, uova e cipolle), beef ju (piatto unico di carpaccio di manzo cotto) e un tempura misto di verdure e gamberi. Tutte le preparazioni sono eccellenti e rimangono sempre delicate e asciutte, c’è una speciale attenzione per il riso che i gestori selezionano nel vercellese secondo criteri nipponici.
Siamo a tavola fra assatanati e quindi chiudiamo in bellezza con alette di pollo e spiedini (dove finalmente troviamo i sapori forti che le nostre papille gustative callose e occidentali bramavano), per poi sciacquare tutto con un sake caldo – di cui peraltro c’è ampia scelta.
Ultime note: una piccola selezione di dolci giapponesi – che di per sé ignorano il concetto di dolce, ma producono comunque un delizioso dorayaki alla marmellata di castagne – e per tutto il pasto si viene riforniti di acqua e tè giappo (quello verde chiaro con il pestatino sul fondo) gentilmente offerti dalla casa, come da tradizione.
Il conto risulta proporzionato alla nostra grande curiosità che però non si è esaurita con una visita e quindi ne richiederà almeno una seconda, almeno prima del prossimo cambio di menù. Dopodiché potremo ricominciare da capo.

DAWALI – via Corrado II il Salico

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“Di là dal ponte della ferrovia / una traversa di viale Ripamonti” c’è questo piccolo angolo di Medio Oriente. Entrati nel ristorante, balzano subito all’occhio le innumerevoli tele (un originale mix tra surrealismo e satira politica) appese alle pareti di un rosso mattone tanto da far sembrare l’ambiente, semplice e familiare, una piccola galleria d’arte. L’attrattiva principale la esercita comunque la cucina con tre opzioni di menù per tutti i palati: menù Dawali, vegetariano e vegano (oltre alla possibilità di scegliere alla carta).
Tutti e tre i menù offrono la possibilità di assaggiare un assortimento di dodici meze, tipici antipasti dell’area medio orientale, a base principalmente di verdure (tra cui, per esempio, hummus, cavolfiori fritti, crema di peperoni e pane fritto, le famose foglie di vite ripiene di riso e carne macinata, involtini di carne e formaggio di un livello stratosferico, crema di melanzane e tanti altri). Noi abbiamo scelto il menù Dawali che, oltre all’assortimento di meze, comprendeva anche un piatto di spiedini e carne macinata e speziata molto gustosa accompagnata da riso. Ma le meze sono talmente variegate e abbondanti che ci si potrebbe considerare già sazi e soddisfatti dopo la degustazione di questi numerosi antipasti. Il secondo piatto, infatti, può essere portato a casa con l’opzione doggy bag (o schiscia, per gli indigeni).
Da bere una interessante selezione di vini, alcune birre tra cui una di produzione libanese o la più nazionalpopolare Peroni, e tè alla menta. Per chi ha ancora un piccolo spazio nello stomaco il menù propone alcuni dolci tipici, tra cui per esempio i classici baklava.
Mentre si pasteggia in un’atmosfera intima e cordiale, grazie anche all’estrema disponibilità dei proprietari, si può assistere a dei mini show di danza del ventre. In sostanza, dalla cucina, improvvisamente, invece degli spiedini, sbuca un’avvenente danzatrice. Noi non saremmo amanti dei ristoranti che offrono anche l’intrattenimento incluso, ma queste brevi performance danzanti non ci risultano invadenti e, in definitiva, anche noi, come Fabri Fibra, stiamo col libanese! In cucina, almeno.
(contributo di S.T. e D.B.)

CHEF J – via Farini

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La Cina è vicina, lo diceva Bellocchio nel sessantasette ed è diventato un adagio nazionale, ma la Cina è anche molto grande e questo fatto a volte rimane misconosciuto. Folgorati in un primo momento dai menù in cui quasi tutto era alla cantonese, sedotti in un secondo dall’era delle scodelle di fuoco – cioè la cucina piccantissima del Sichuan, non abbiamo forse ben realizzato di aver frequentato solo sapori meridionali senza immaginare neppure l’esitenza di un nord-est cinese, cioè la Manciuria. Cioè tre province incastrate fra Mongolia, Russia e Corea. Con pacatezza e understatement Chef J ci mette in tavola proprio la cucina di quei luoghi favolosi dove d’inverno ti fa meno 20 come ridere.
Il menù è davvero enciclopedico e comprende ogni tipo di carne, molti pesci, l’anatra laccata su prenotazione e vasta scelta anche per vegetariani. Abbagliati da cotanta abbondanza abbiamo ordinato quasi tutto, di seguito un sintetico resoconto. Spiccano in tutte le preparazioni la profumazione e le spezie, con una preponderanza delle note fresche e dolci. Cominciamo con un antipasto di manzo freddo servito a piccole fette ben cotte che si sciolgono in bocca insieme alle foglie di coriandolo, i semi di sesamo bianco e la salsa rossa piccantina (che non copre i sapori). Seguono i ravioli, grande classico che ci consente di testare la sottigliezza e fragranza della pasta dell’involucro e la delicatezza del ripieno, che sono freschi, speziati di cannella e forse cacao e deliziosi anche nella versione veggie. Più sostanzioso, ma non gommoso, l’impasto dei ravioli manciuriani che si fanno solo bolliti e sono ripieni di uovo strapazzato – una vero piatto delle steppe.  Fra le portate di carne si distinguono le polpette di maiale, giganti e soffici, arrivano in scodella quattro alla volta con pac choi (erbette/cavolo) e una salsa di soia scura e aromatica, e gli straccetti di agnello dal forte profumo di cumino, serviti con una specie di catalana di cipolle rosse e peperoncini freschi. Accompagnamo il tutto con una zuppa della manciuria a base di pancetta brasata, di cui è ricchissima, e molte verdure fra le quali fagiolini, patate e anche pomodori, tutto a un punto ottimale di cottura. Anche i contorni di verdura sono buoni e persino stagionali, come il cavolo bianco con le castagne, e il tofu della casa viene servito in un’insalata colorata e ben condito. Ultima nota per le melanzane affettate e preparate a sandwich con ripieno di carne trita e servite in sugo rosso, abbondantemente unte d’olio e ciò nonostante anche queste delicate, e a maggior ragione ghiottissime.
Da bere piccola selezione di vini italiani e piccolissima di birre, presente comunque l’immancabile Tsingtao. Anche fra i dolci si riscontra un’attenzione alla stagionalità con preparazioni a base di zucca e castagna (al momento si è in novembre). Bene il conto, non regalato ma proporzionato e ancora comunque per tutte le tasche.  Tornare… e torneremo!

Gastronomia YAMAMOTO – via Amedei

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A partire dal logo tutto è minimal e ti rilassa. Tre colori di base, le pareti bianche, la moquette nella sala principale che attutisce anche i passi del cameriere. Servizio sollecito ma discreto, in autentico stile nipponico. Sull’autenticità infatti la gestione ci punta molto, ce lo conferma la ragazza alla reception (banco e cassa) assicurandoci, con espressione e inflessione de nosotros milaneses, che ciò che troveremo in carta è tutto “super giapponese”. Dopodiché veniamo traslati nella salle à manager di cui sopra dove troviamo cortesia, poco rumore e luminosità.

Il menù del pranzo è formato da cinque o sei proposte e non di più. Ognuna viene su di un vassoio corredata da una zuppetta di miso (molto naturale) e altre due ciotoline (insalata e stuzzichino aperitivo di pollo – ottimo). Non troverete sushi, non troverete gyoza (raviolo), non troverete tiger roll, o qualunque altra diavoleria con cui siete abituati a ingozzarvi all’all-you-can-eat sotto casa. L’unico pesce che scorgo nel menù è il salmone grigliato, il resto è “super giapponese”. La mia scelta ricade sul riso con curry e manzo. Il curry giapponese (ka-ree) è una preparazione, forse non rinomata qua da noi ma popolare là, profumata e appetitosa e mi viene servito in un ampia ciotola bianca con riso e un cucchiaio. Il cameriere ci suggerisce con garbo di usarlo, rassicurandoci che così fan tutti – anche da loro. Beviamo tè giapponese, quello più scuro con un forte aroma di tostato.

Nella sostanza ordinando un piatto si fa il pranzo, il che risulta comodo, veloce e minimal – anche nel prezzo. Se poi si vuole risparmiare ulteriormente (tempo, intendo) ci si può far comporre una scatola (bento) dal banco frigo all’ingresso – dove una parte delle pietanze preparate in cucina fa mostra di sé, stile gastronomia, pronte a prendere e andare con il cliente frettoloso. Con quest’ultimo tocco il locale si riconferma e succede nel proprio proposito  di essere “super giapponese”. Siamo super soddisfatti anche noi infatti, che lo includiamo nella nostra top list di posti per la pausa pranzo e ci ripromettiamo di tornare anche a cena.