C-style – Via degli Imbriani 1

Da poco aperto all’angolo con piazza Nigra (due mesi dal momento in cui scrivo), C-style porta un po’ di Cina come si deve alla Bovisa (già la parola Bovisa di per sé mi commuove quindi allego radiodedica). Dato che noi stessi del blog siamo ragazzi di Milano nord, ci piace particolarmente scoprire buoni ristoranti dai quali poi si possa fare la passeggiata digestiva fino a casa e che ingentiliscano un po’ i nostri quartieri (perché dove c’è il buono finisce per esserci anche il bello).

C-style si caratterizza per lo stile sichuanese ormai rinomato in tutta Milano (ma che qui ancora ti dicono: forse un po’ diverso da come sei abituato (tenerezza)) a base di preparazioni piccanti con peperoni, peperoncini e pepe di Sichuan.  Non ci sottraiamo quindi alla prova del fuoco e spariamo dritti su un piatto di maiale Sichuan style del quale apprezziamo la qualità della carne (sia tenera che croccante) e la preparazione equilibrata, che ti ustiona sì la lingua ma… La freschezza pungente del pepe di Sichuan, che secondo chi scrive è il vero ago della bilancia in questi casi, è ben dosata e si armonizza con il piccante “caldo” del peperoncino e il sostrato vegetale del peperone. Il tutto accompagnato con ciotola di riso bianco di ordinanza viene senz’altro promosso.

Per non fossilizzarci sopra le solite cose, poi, ci lanciamo su due antipasti freddi che risuonano di tradizione: lingua di manzo bollita a fette e uova centanni con tofu fresco. La lingua a fette, deliziosa, è guarnita da straccetti di trippa candidi e perfettamente puliti, viene servita a temperatura ambiente e sguazza in un fondo gradevolmente piccante nel quale si possono intingere le fette a piacere. Le uova centanni, che sarebbero uova di quaglia fermentate e si presentano in un repellente color verde muschio, hanno invece un buon sapore di tuorlo sodo che ben stempera la propria consistenza farinosa nella fresca morbidezza del tofu. Non fate gli scarosi dunque e lasciatevi alle spalle ogni pregiudizio verso frattaglie e fermentazioni e fate come la Bovisa ed entrate in una nuova era della ristorazione cinese.

Fra una cosa e l’altra non ci si è fatti mancare neanche un piatto di spaghetti conditi con la salsa di sesamo e i fagioli cinesi fritti (che ho il forte dubbio fossero arachidi) e il dolce a base di crema di riso e mango (mango discutibile ma la crema di riso ottima – anche qui superando qualche barriera culturale). Per finire: vino nella media, acqua frizzante S. Pellegrino in vetro (pollice alzato) e conto proporzionato.

C-style ci accoglie in un bell’ambiente rinnovato e ben illuminato con tanto di palco rialzato per i tavoli, balaustre laccate e alberelli di ciliegio in fiore fintoveri che abbelliscono gli angoli. Per chi si sente meno coraggioso di noi ci sono comunque tante cose già rinomate come risi e spaghetti saltati con verdura, gamberi e quello che volete, qualche raviolo (pochi per la verità, e direi che è un bene), pollo fritto eccetera. La parte del leone la fanno comunque piatti più veraci, come quelli già citati o, per esempio, il “collo d’anatra al super gusto”, segno che questo ristorante ambisce con sicurezza a una propria identità e non cerca di incontrare i gusti di un pubblico magari non ancora smaliziato. Il segno inequivocabile dello stile mi chiedete voi? L’assenza della salsa di soia sul tavolo, ormai non la mette più nessuno.

 

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MAI – via Aleardi 5

Il Mai originale ovviamente è qui, in piena chinatown, due vetrine nella vietta, fra la lavanderia cinese e la macelleria cinese, l’insegna stessa è in cinese e la location è da posto di scambio sulla linea transmongola. Otto tavoli di legno con seggioline di legno, dislocati fra i frigo e la vetrina, luce bassa, italiani e cinesi in parti uguali, che fanno macello i primi che suggono zuppe i secondi.

Il menù è vasto e comprende tutto quanto già trovato nel più grande e patinato Mai – MXC , ormai chiuso ma già rimpiazzato, mi dicono i proprietari, da un nuovo Mai in via Bambaia (che è quindi il mio nuovo asterisco).

Con Mai, non si finisce mai e ogni volta che ci vai scopri che ce n’è un altro. Non potevo comunque farmi mancare la casa madre, dove si conserva lo stile originale e verace da esportare poi nei progetti più commerciali. Ho voluto quindi testare gli shanghaiani sulle basi e ho ordinato varie porzioni di ravioli che ho trovato tutte buone. Xiaolongbao dalla pasta sottile ma resistente che contenevano un brodino di manzo ustionante e carico e ravioli alla griglia ai “tre gusti” – ma io ho individuato solo spinaci e tofu – che sembravano ricotta e spinaci e pur senza carne si difendevano egregiamente. Incuriosito anche dagli stufati nella terra cotta ho ordinato quello misto, sperando in chissà cosa, ma siccome qui ancora non è facile intendersi (per capire quanto è verace la situazione) mi arriva un misto di verdure, tofu, gamberi e cozze. Mi rassegno a stare leggero, ma trovo tutto gradevole, ben cotto e delicato. Persino le verdure saltate di contorno mi sono piaciute, cosi come la teiera di porcellana con i ghirigori azzurri nella quale ci hanno servito il té.

Certo che da Mai si possa osare molto molto di più, e tutto sommato a buon mercato, mi riprometto di seguire le vicende imprenditoriali di questi ristoratori che si stanno lanciando proprio là dove la concorrenza è più spietata – cioé nei primi cento metri di via Padova, ma sempre tenendo a mente che il cuore dell’impresa resta qui: nel piccolo Mai di via Aleardi, mezzo buio e con l’insegna in cinese.

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Mai Xiang Cun MXC – viale Fulvio Testi 3

ATTENZIONE: locale recentemente chiuso, vedi Mai di via Aleardi 5

Una delle ragioni per le quali nella vita vera non dico mai che scrivo un blog di cucina asiatica è che nove su dieci la persona a cui lo dico risponde: ah ma allora devi venire a provare il cinese sotto casa mia, è buonissimo! A questo giro però ci casco io e recensisco MAI – MXC che è l’unico ristorante cinese del mio quartiere che mi sento veramente di raccomandare.

Sì perché se una notte d’inverno un viaggiatore si trovasse a imboccare il viale Fulvio Testi in direzione autostrada, o a tornare a casa da quella parte, proprio all’ora di cena, vedrebbe la bella insegna gialla di MAI fendere le tenebre.

Seguite allora senza paura quella luce, parcheggio si trova facile, ed entrate in quello che un tempo fu un ristorante di pesce – e infatti dentro ancora campeggiano reti, remi e altri complementi d’arredo da barca. C’è anche una grande mappa della Cina perché i ragazzi, che sono di Shaghai, in realtà frequentano con successo varie cucine regionali. Il che non conferisce esattamente uno stile univoco al locale ma lo rende un buon porto dove sedersi con tranquillità d’animo sicuri di mangiare bene scegliendo quello che si vuole.

Nel menù si trova un po’ di tutto. Dai grandi e sostanziosi ramen – delizioso quello con le puntine di maiale, ai panini al vapore ripieni (baozi), alle cosiddette “scodelle di fuoco” di carne, cipollotti e peperoni, alle verdure saltate – noi provate le melanzane: ottime, alle specialità alla griglia: spiedini di varie carnine, pesci, molluschi, interiora e verdure assortite (fra quelle cinesi, immancabili le rondelle di radice di loto) tutti ben panati nelle loro brave spezie. Ci sono anche i grandi classici risi cantonesi, vitelli funghi e bambù, polli fritti, ravioli – sia “normali”, che Xiao Long Bao (quelli tondi con il brodino dentro).

Insomma ce n’è per tutti e per tutti i gusti, per il nostalgico dell’involtino primavera e per l’avanguardista dello spiedino di ventriglio di capra, ma la cosa che unisce veramente la varietà di tutte queste proposte è, si può dire, la qualità. E’ tutto buono, ben cucinato, gustoso, digeribile e arriva caldo, che, scusate se è poco, ma non è affatto poco. Lo scontrino sarà proporzionato di conseguenza e anche questo è a mio avviso da apprezzare perché denota la consapevolezza e la dignità del ristoratore – che non ti tira dietro la roba che tanto vale quel che vale. Se invece volete risparmiare vi dico, visto che sono di zona, che dall’altra parte della strada – in piazza – c’è la storica rosticceria (anni novanta) Ponte d’Oro, dove fanno ancora le nuvole di drago e con quindici euro ci mangi in tre.

C’è un altro piccolo MAI dalle parti di via Paolo Sarpi, ci sono passato e ha l’aspetto di un fast food, la volta che ci entro aggiungerò una nota a questo post. Mai dire MAI!

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HA LONG BAY – piazza IV Novembre, 1

Fratello maggiore, o zio ricco, del più piccolo Ha Long Bay di piazza Baiamonti, Ha Long Bay di Stazione Centrale propone ancora una cucina vietnamita fedele anche se in un bell’ambiente ampio e verde da cocktail lounge internazionale. Nonostante gli alti soffitti, i tramezzi fatti con vere piante e l’architettura razionalista di piazza IV Novembre che si vede dalle vetrine, questa seconda sede conserva lo spirito familiare dell’altra, con il titolare che ti racconta volentieri la storia delle sue origini vietcambogianmilanesi e la cuoca che ti saluta dalla sua finestrella in fondo alla sala.

Per questa recensione sfrutto una tavolata da sei, abbastanza belligerante, che si è trovata a cena, ricca di appetito e scevra da pregiudizi. Abbiamo perciò potuto affrontare quasi ogni sezione del menù che si presenta molto articolato. Ci sono infatti gli antipasti, i primi (soprattutto a base di spaghettini e tagliatelle di riso, asciutti o in brodo), e poi i secondi di carne con una sotto sezione per ogni tipo di carne e per il pesce, in particolare, c’è il capitolo dei gamberi, quello dei calamari, delle lumache di mare, delle seppie, dei granchi. Infine un menù solo per il tofu (!). Data l’estensione delle liste già prevedo un ritorno, comunque per il momento:

Gli antipasti hanno tutti convinto, dall’involtino viet (o estivo) con gamberi e verze, che non è fritto ma fresco e leggero e tutto da immergere nella salsina dolce e caramellosa, ai piccoli involtini di taro (patata orientale), invece frittissimi e ideali da pucciare nell’aceto agrodolce, al maiale macinato con la citronella, che si presenta in forma di bocconcini dorati sulla griglia il cui sapore cicciosetto ben si mitiga sull’asprezza della citronella (che  poi sarebbe il lemon grass).

Di primo l’ha fatta da padrone il grande classico Pho Bo Vien, che sarebbe un piatto in brodo con le tagliatelle di riso e le polpette di manzo. Va detto che il brodo è molto leggero e dalle note quasi floreali, e la preparazione può essere arricchita da germogli di soia, foglie di menta, lime e peperoncino che vengono portati su di un piattino a parte. Quindi – come già sperimentato con il maiale macinato – alla sapidità (e morbidezza) delle polpette di manzo, e alla sostanza dei tagliolini, si abbina la freschezza e la profumazione delle erbe aromatiche.

E’ questa a quanto pare la cifra stilistica della cucina vietnamita: l’utilizzo di molta verdura fresca e profumi vegetali, che restituisce quell’esotico a base di foresta tropicale, per alleggerire e armonizzare i sapori più decisi della carne e del fritto che comunque non sono mai unti. I piatti, anche più elaborati, mantengono sempre un piacevole equilibrio di profumo e sapidità, impossibile dire se solo per vocazione, o anche un po’ per contaminazione con la cucina francese (come ci ricorda la sequenza tagliata di Apocalypse Now). Un francesismo, ad esempio, lo voglio vede nella varietà delle salse che vengono servite insieme ai piatti, sempre ben abbinate e mai coprenti – come la crema di cocco nella quale sguazzano i gamberi saltati, incredibilmente sgrassata e delicata a misura di gambero.

Per terminare, mentre gli altri si deliziavano giustamente con la torta di banana e la zuppa dolce di riso glutinoso (occhio che dentro è verde, ma non sconvolgetevi perché è più che commestibile), io mi sono giocato il tutto per tutto con un calamaro ripieno di maiale… E pensavo che l’avrei pagata e invece anche qui mi si è presentato un piatto composto ed equilibrato. Un calamaro farcito e tagliato a rondelle, il cui ripieno fatto di un impasto rosa scuro era, ancora una volta, delicato e sobrio e perfetto per la salsina agropiccante alla quale era accompagnato. Pur senza essermi entusiasmato sono rimasto pieno di gratitudine per aver evitato il colpo di grazia.

Finale di partita vecchio stile. Bottiglia di grappa sul tavolo e caciara fino a quando non ci siamo accorti di essere gli ultimi clienti nel locale (e anche oltre). Il servizio ha qui brillato per la simpatia e la comprensione: nessun sollecito ad andarcene, nessuna pressione e, anzi, qualche giro di grappa offerto dalla casa. Cose che non si vedevano più dal ’98! Prezzo corretto e compagnia sazia e soddisfatta.

Aperto anche a pranzo con un menù fisso a 10 euro, davvero promettente.

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MISOYA Milano – via Solferino 41

Innanzitutto, di cosa stiamo parlando quando parliamo di MISO? Il miso è un condimento, un insaporitore, una salsa, un trito, un elisir. Proviene dai semi di soia, cotti con aggiunta di orzo o riso e funghi magici (koji), e passa attraverso processi di fermentazione e stagionatura che lo possono rendere più saporito – come quello di Hokkaido, o più delicato – come quello di Tokyo.

Questa intro era necessaria per spiegare che la scelta fondamentale da compiere da Misoya, ristorante di catena (ma giapponese vero) e prevalentemente di ramen, sarà quella del tipo di brodo per la zuppa: Tokyo miso, oppure Hokkaido miso. Cioè da quale delle due qualità di miso dovrà essere insaporito il brodo del vostro ramen? Perché, a beneficio dei profani, ricordo che il ramen è composto da ingredienti tutti cotti separatamente. Gli spaghetti sono sbollentati da una parte e il brodo a base di alghe, pollo e maiale, preparato da solo secondo la ricetta tradizionale. Idem per tutti gli altri elementi di guarnizione, come l’uovo marinato, i germogli di soia, i cipollotti e la carne macinata.

Questa è la base del ramen, per chi vuole poi ci sono le varianti (come quello vegetariano) e le aggiunte. Tipo avere la soba come pasta, o sostituire il macinato con due fette di cha-shu (arrosto di maiale) fatto in casa, o aggiungere quattro rondelle di kamaboko (la iconica fettina di surimi rosa e bianca), i germogli di bambù, fino ad arrivare al ramen di pomodoro con il pesto alla genovese e il parmigiano reggiano. Sì perché questo ristorante è talmente giapponese che si può permettere di prendere e integrare anche ingredienti nostri, senza perdere minimamente il proprio stile.

Anche il resto del menù è infatti fedele ai sapori del sol levante. Prendete magari una mezza porzione di ramen (esiste! e una intera vi sazierebbe completamente), così potrete gustare anche dei perfetti takoyaki (polpette di polpo fritte) fatti come Dio comanda, cioè croccanti fuori e morbidissimi dentro e ricoperti con scaglie di tonno essiccato.  Oppure il tofu crudo – e freddo – con la salsa di miso e sesamo (hiyayakki goma miso), invece dei soliti edamame o polletti fritti, che vi rivelerà l’essenza del gusto giapponese per l’armonia. Se fa veramente caldo poi, non pensate che sia una buona ragione per snobbare Misoya, oltre al tofu crudo anche molti piatti di pasta sono serviti a bassa temperatura e senza brodo ma con l’invariabile delizioso condimento a base di miso.

Continuando per i dessert poi troviamo tutti i classici: i dorayaki, i mochi, il gelato al tè verde matcha e il sorbetto allo yuzu (l’agrume giapponese); e anche l’ammazzacaffé rimane fedele alla linea offrendo varie qualità di saké e shochu (distillato) servito a piacere anche con l’umeboshi – l’ingiustamente temuta prugna salata!

Il tocco più giappo di tutti però l’ho trovato alla pagina degli aperitivi. Scopro infatti che il cocktail più amato e bevuto sulle quattro isole è chiamato Highball ed è in sostanza whisky e soda con dentro due fette di limone, e da Misoya ce n’è una lista intera (sarebbe la scelta del whisky da metterci). La bevuta è rinfrescante, abbastanza economica e non eccessivamente inebriante – il giusto per una conversazione disinvolta e mai sopra le righe. D’altra parte in Giappone, come diceva il poeta, l’eleganza è frigida!

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NIU HUANG SHU – via Bambaia 10 (angolo via Padova)

La faccio breve, qui quando entra una coppia di italiani, diciamo pure di sabato sera e a orario inoltrato, quando la situazione ormai è già calda e shakerata al massimo, ecco, anche a queste condizioni, quando varchiamo la porta del ristorante succede che la gente si giri, seppur con discrezione, per guardarci. Sono tutti cinesi ovviamente, giovani per lo più. Anche i camerieri, giovani e outfittati, e non troppo ammaestrati all’idioma di noi altri – la qual cosa pare che però non gli sia di ostacolo al business. Cortesia e premura, comunque, non fanno difetto, e anche un certo impegno nel raggiungersi reciprocamente con le parole.

Sta di fatto che al menù stampato e colorato si accompagna un’appendice in foglio singolo – bianco, fotocopiato e – interamente scritto con gli ideogrammi. Chiediamo se è una traduzione o è altra roba proprio. E’ altra roba – il cuore ci batte forte – ma è tutto finito (Atlantide rimane sommersa, ma intanto abbiamo avuto la certezza che esiste). Anche la prima pagina del menù non è disponibile, che sarebbe tutta dedicata all’hot pot, alla pentola di brodo bollente cioé, che viene portata in tavola e piazzata sopra al fornelletto, e che tutti gli altri stanno mangiando (siamo arrivati tardi). Dalla carta pare che ne esista una varietà sola – di manzo – proposta in quattro porzioni diverse, dalla small all’extra large.

Bene, il resto del menù non è vastissimo ma comunque degno di nota, diviso fra pasta e riso, specialità e stuzzichini. Pronti: piatto di spaghetti (posso dire che odio la parola noodles? L’ho detto) “ricoperti di maiale”, ravioli di maiale bolliti, ravioli  alla griglia, tofu stufato in salsa piccante, uova al vapore e ciotola di riso bianco per pucciare la salsa residuata dal tofu. Esatto: ho detto pucciare, e se fai la puccia cosa vuol dire?

Gli spaghetti di grano, o riso, spolverati in abbondanza di carne trita e guarniti con coste di pak choi amarognolo. Divini e abbondanti. Ravioli: scioglievoli quelli bolliti, accompagnati da una ciotola di salsa scura e aspra (forse aceto di riso). Delicati e commoventi. Quelli alla griglia, croccanti e serviti con la salsa agrodolce. Unico difetto: troppo pochi. Le uova al vapore erano praticamente un soufflé, ma che dico? una mousse, ma neanche… Qualcosa di etereo e saporito, un tuorlo montato come fosse un albume. Una neve calda e saporita, ritemprante e leggera. Chiudiamo con il tufu che, possiamo dire, è stata una vera sorpresa. Onestamente chi si aspetta qualcosa di sensazionale dal tofu? Il tofu fa dell’onesta panchina. Fiancheggia, sostiene, rinfresca a volte, e viene avanzato senza troppi complimenti. Qui invece, grazie all’intingolo sicuramente, il tofu è stato spazzolato e dopo rimpiazzato da una bella porzione di riso bianco tuffata nella salsa residua. Posso dire che in vita non avevo mai incontrato un utilizzo così pacato e sapiente del pepe di Sichuan. Riconoscibile, certo, ma dosato talmente a regola d’arte da poterlo apprezzare nel palato in tutto l’evolversi della sua gamma aromatica. Lo sapevate che il pepe di Sichuan è profumato? No, visto che di solito ve lo danno in dosi odontoiatriche e dopo il primo assaggio non sentite più niente.

Dietro a tanta sapienza si cela come prevedibile la mano di un uomo saggio ed equilibrato. In cassa faccio le mie domande di rito: di dove siete? Quale regione della Cina? I ragazzi dicono qualcosa che a me pare Guizhou, vicino a Sichuan, ma Confucio mi fulmini se ci posso giurare, e poi semplicemente dicono una cosa: Cucina Mio Papà, e me lo vanno a chiamare. Mentre ho principio di magone, esce dalla cucina un signore serio ma sorridente che mi rivolge un austero NI HAO e, dopo aver ricevuto i miei omaggi, mi guarda andare via con l’attenzione con cui si guardano trascorrere le nuvole.

Se, nel florilegio dei primi metri di via Padova, state camminando sul lato dei già blasonati e famosi ristoranti cinesi famosi, una volta provate a guadare il fiume toccando ogni sasso, cioè fatevi un favore: attraversate la strada.

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Al Mercato NOODLE BAR – viale Bligny 3

Giacché siamo e saremo sempre per la curiosità, e giammai per l’esclusione, per il panteismo e giammai per l’ortodossia, per i pastrugni e mai per le pastine, siamo andati a provare anche il famoso asiatico all’italiana proposto a Milano dallo chef Roncoroni.

Locale soffuso e compatto che a dire il vero mi ha subito ricordato certi ambientini di Tokyo in cui mi è capitato di impertugiarmi un tempo. Anche l’affastellarsi di stilemi, cioè i disegni alle pareti, ripresi dai fumetti, e i pupazzetti (action figures) custoditi nel bancone di plexiglass, ricorda quel benedetto trash in cui i nipponici ahiloro sguazzano. Dietro al bancone però la serietà si distingue e manifesta in un menù di cocktail, molti a base di saké, veramente notevole. Originali e rivisitazioni (vedi il Bloody Molly, senza pomodoro ma che sa di pomodoro) creati mi pare di capire appositamente per questo Noodle Bar, vi riscalderanno e metteranno in testa un paio di idee decisive per la serata.

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Ma ascendiamo alla saletta soppalcata e un po’ bassa (anche qui la contenutezza degli ambienti mi richiama certi ristoranti del Sol Levante) e ispezioniamo il menù. Il noodle la fa ovviamente da padrone, in brodo o saltato, con diversi brodi (maiale, pollo, veggie) e vari complementi per la spadellatura, e a piacere si declina in tutte le sue incarnazioni: soba, udon e spaghetti di riso, di soia, sichuanesi e forse altro ancora. Se i riferimenti stilistici dell’arredo sono giapponesi, la cucina guarda a tutto il sud est asiatico e oltre agli spaghetti cinesi, in carta troviamo anche il pad-thai tailandese, gli involtini vietnamiti, i noodle malesiani (laksa lemak) con carne speziata.  Troviamo anche tanti altri classici dalle cucine dell’Oriente: dal chirashi al katsudon, il curry sia thai (quello verde) che giappo (quello profumato), le scodelle di fuoco, gli spiedini kushikatsu (fritti), i bao e i bahn (versione vietnamita) e gli immancabili dim sum (che qui da noi è ormai sinonimo di raviolo, invece in Cina comprenderebbe tutta una gamma di spuntini più assimilabili al concetto di tapas (ma pazienza)).

Ci avventuriamo quindi in una selezione improvvisata di classico e moderno. Aprono le danze delle chips di gyoza offerte dalla casa e accompagnate dalla maionese al cumino. Il gyoza è il raviolo giapponese che in questo caso si presenta solo come impasto lasciato aperto e tagliato a strisce e quindi fritto. Sembrano chiacchiere, per la verità, ma sono buone – quindi avanti con la sperimentazione. Udon saltati con germogli di soia e frattaglie. Le frattaglie sono tutte ben cotte e quindi morbide e veramente riconoscibili: c’è un po’ di trippa, un po’ di fegato, un po’ di cuori, dei polmoni che sembra il ritornello di Ottocento di De André. La zuppa del giorno che è una vellutata di fagioli asiatici (saranno stati azuki? ho dimenticato di chiederlo) con polpette di manzo ci ha lasciati un po’ tiepidi, quindi abbiamo deciso di stare sul menù elaborato a suo tempo dallo chef. I ravioli di anatra, per esempio, eseguiti da manuale e riempiti generosamente, i ravioli di cervella – croccanti, probabilmente cotti al forno, conditi con salsa allo zenzero – una bella sorpresa. Quando avete mangiato la cervella l’ultima volta? A me hanno riportato all’infanzia.

Per rinfrescarci il palato e asfaltarlo definitivamente chiudiamo con degli involtini di lattuga ai gamberi (e carote e basilico e altro), delicati ma bilanciati da un’ottima salsa di curcuma e archidi che insapidiva il tutto, e con un piatto chiamato Char Siu Pork. Quest’ultimo sarebbe una tagliata di maiale arrostito e glassato, la versione barbecue della cucina Cantonese, ed è un vero trip proustiano nelle vite precedenti. Servito con uno zuccoto di riso bianco, il Char Siu Pork vi concederà tutto ciò che vi aspettate di ricevere da un maiale cinese: cioè la tenerezza, il sapore deciso, le cotennine mezze sciolte e quella sensazione generale di appagamento e appicicaticcio che vi farà alzare contenti e pagare il conto senza fare una piega.

Il conto lieviterà del doppio grazie al consumo degli alcolici, che però si raccomanda perché rappresentano sicuramente una marcia in più a disposizione del ristorante. Oltre ai citati cocktail, una sintetica ma significativa carta dei vini (per noi sauvignon di Terlan senza ricarico eccessivo), birre orientali chiare e scure (Kirin e Musashino), saké allo yuzu, liquore di bambù e altre fantastiche avventure per noi della tribù dei nasi rossi. Se invece ci tenete a risparmiare sul bere, a discapito della vostra felicità, il costo da pagare per l’esperienza offerta è assolutamente accettabile.

In definitiva al Noodle Bar si può andare e tornare (il menù è in mutamento come gli esagrammi dell’I Ching) senza perturbare la pace degli antenati e anzi godendosi un’atmosfera rilassante fatta anche di cortesia e simpatia italiane e un buona selezione musicale (cosa di cui non si parla mai, ma che ti cambia – e a volte salva – la vita). Quindi per noi sono assolutamente quattro sì, anche se in effetti a tavola eravamo solo in due.

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