HOUIJE – via Lomazzo 1

Il locale si presenta come un incrocio fra un autogrill e un night club anni settanta, ma a tinte tenui. I profumi della cucina pervadono l’ambiente e il nome Houije, che significa: strada sul retro, ben si accorda all’atmosfera del ristorante che sta appunto in una stradina laterale del boulevard chinois di Paolo Sarpi.

La proprietà e il cuoco vengono dalla regione dello Zhejiang, appena sotto Shanghai, e si vocifera che ci sia un ristorante Houije anche là nella loro città. La famiglia è dunque di ristoratori di tradizione e porta a Milano la propria identità: il gusto tipico della cucina Zhe – riconoscibile per l’uso di molto pesce e bambù e perché, in generale, resta fresca e leggera.

Arriviamo abbastanza tardi da riuscire a conquistare in quattro l’intero tavolone rotondo in fondo alla sala, con tanto di piatto girevole centrale che, si sa, è sempre un gran divertimento, e poltroncine componibili che ci chiudono nel nostro privéino. Ci portano il menù che si apre con una pagina di antipastini che spaziano dal fagiolo di soia al tendine di manzo, passando per tutta una serie di insalate (di trippa di vitello, di polipo, di orecchie di maiale, di alghe), poi subito arriva il paginone dedicato a quello che è uno dei piatti forti del posto: i ventiquattro raviolini alla piastra.

I ventiquattro ravioli alla piastra sono di fatto dei fagottini di pasta non completamente richiusi, ripieni di erba cipollina e carne sbriciolata, serviti su di un piattone rovente che gli fa fare la crostina da una parte e dall’altra. Non vi è neanche da dire che detti raviolini ti volano in bocca come uno stormo di piccioni viaggiatori e scompaiono alla velocità della luce, perciò non limitatevi a condividere il piattone: sparatevene tranquillamente uno a testa.

Prendiamo anche quasi tutta l’offerta della sezione AL VAPORE, cioé: due varietà di raviolo (shao mai e di cristallo), tutte di gamberi e in porzione standard (quattro pezzi), che appreziamo molto. Così come godiamo anche le costolette, piccole e tenerissime, servite in una specie di umido detto: salsa clouchi, che non saprei dire cosa sia ma che mi frullerei a tocchi grossi dentro un biberon. Restano inesplorate le zampe di pollo al vapore… prossima volta.

Continuiamo seguendo il filone principale del ristorante che è evidentemente il barbecue, al quale è dedicata la seconda metà del menù. Arriva in tavola una grande teglia, calda tipo piastra, sulla quale si accatastano gli spiedini di manzo, di maiale, di agnello, di calamari, di tofu al pesce, mentre in un angolo restano in caldo dei gamberi belli cicciotti. Questo abbiamo ordinato, tralsciando per una volta cuori, fegati e polmoni e rognoni, che pure ci sono e aspettano solo di essere sgranocchiati dai meno schizzinosi. La qualità ci è sembrata ottima: tutte le carni erano mordide, il tofu saporito e i calamari (con i tentacoli) erano croccanti il giusto e ciccosi niente – quindi alla grande. Anche le verdurine ci piacquero assai: radici di loto a fette e alghe di mare annodate sullo spiedino, ma sicuramente c’è ancora molto altro da esplorare.

Con tutte queste cose alla piastra e il piatto rotante il ristorante mi è sembrato perfetto per la convivialità e la condivisione, anche il servizio dei camerieri giovani e perfettamente italofoni fa subito simpatia. Trasecolo solo quando scopro che non si può avere una ciotola di riso bianco (la chiedo sempre pensando di fare il saputo, ma qui scopro che anche no). I piatti di pasta e di riso infatti sono limitati a quattro o cinque esemplari per tipo e vengono esclusivamente dentro le terrine di cotto (claypot). Spaghetti, di soia, di patata dolce o udon (c’è da scegliere), prevalentemente in brodo, e risi da mescolarsi al condimento (l’uovo all’occhio sopra non manca quasi mai) mentre la ciotola è ancora calda, un po’ come nel bibimbap coreano. Dimenticate quindi i piattoni di riso saltato, o di spaghetti gamberi e verdure, in porzione per venti – qui c’è un altro stile (e meno male).

Anche per queste peculiarità (la Cina vivaddio è vasta e ricca di diverse regionalità) Houije piace e conquista. E nonostante si trovi nella strada sul retro, e vicino a un collega più blasonato e ormai di catena (a Milano almeno), di cui non farò il nome, e anche se su google non lo vedi se non zoommi di parecchio, la sua fama sta viaggiando in città grazie al passaparola dei sinofili buongustai. Te lo consigliano, in pratica, poi tu ci vai e scopri che si può mangiare cinese anche senza essere spalmati di unto e asfaltati di piccante, e poi magari in cassa paghi meno di una venti e allora che fai? Non ci torni? Certo che ci torni. Ci torni, ci torni… Eccome se ci torni!

 

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