NIU HUANG SHU – via Bambaia 10 (angolo via Padova)

La faccio breve, qui quando entra una coppia di italiani, diciamo pure di sabato sera e a orario inoltrato, quando la situazione ormai è già calda e shakerata al massimo, ecco, anche a queste condizioni, quando varchiamo la porta del ristorante succede che la gente si giri, seppur con discrezione, per guardarci. Sono tutti cinesi ovviamente, giovani per lo più. Anche i camerieri, giovani e outfittati, e non troppo ammaestrati all’idioma di noi altri – la qual cosa pare che però non gli sia di ostacolo al business. Cortesia e premura, comunque, non fanno difetto, e anche un certo impegno nel raggiungersi reciprocamente con le parole.

Sta di fatto che al menù stampato e colorato si accompagna un’appendice in foglio singolo – bianco, fotocopiato e – interamente scritto con gli ideogrammi. Chiediamo se è una traduzione o è altra roba proprio. E’ altra roba – il cuore ci batte forte – ma è tutto finito (Atlantide rimane sommersa, ma intanto abbiamo avuto la certezza che esiste). Anche la prima pagina del menù non è disponibile, che sarebbe tutta dedicata all’hot pot, alla pentola di brodo bollente cioé, che viene portata in tavola e piazzata sopra al fornelletto, e che tutti gli altri stanno mangiando (siamo arrivati tardi). Dalla carta pare che ne esista una varietà sola – di manzo – proposta in quattro porzioni diverse, dalla small all’extra large.

Bene, il resto del menù non è vastissimo ma comunque degno di nota, diviso fra pasta e riso, specialità e stuzzichini. Pronti: piatto di spaghetti (posso dire che odio la parola noodles? L’ho detto) “ricoperti di maiale”, ravioli di maiale bolliti, ravioli  alla griglia, tofu stufato in salsa piccante, uova al vapore e ciotola di riso bianco per pucciare la salsa residuata dal tofu. Esatto: ho detto pucciare, e se fai la puccia cosa vuol dire?

Gli spaghetti di grano, o riso, spolverati in abbondanza di carne trita e guarniti con coste di pak choi amarognolo. Divini e abbondanti. Ravioli: scioglievoli quelli bolliti, accompagnati da una ciotola di salsa scura e aspra (forse aceto di riso). Delicati e commoventi. Quelli alla griglia, croccanti e serviti con la salsa agrodolce. Unico difetto: troppo pochi. Le uova al vapore erano praticamente un soufflé, ma che dico? una mousse, ma neanche… Qualcosa di etereo e saporito, un tuorlo montato come fosse un albume. Una neve calda e saporita, ritemprante e leggera. Chiudiamo con il tufu che, possiamo dire, è stata una vera sorpresa. Onestamente chi si aspetta qualcosa di sensazionale dal tofu? Il tofu fa dell’onesta panchina. Fiancheggia, sostiene, rinfresca a volte, e viene avanzato senza troppi complimenti. Qui invece, grazie all’intingolo sicuramente, il tofu è stato spazzolato e dopo rimpiazzato da una bella porzione di riso bianco tuffata nella salsa residua. Posso dire che in vita non avevo mai incontrato un utilizzo così pacato e sapiente del pepe di Sichuan. Riconoscibile, certo, ma dosato talmente a regola d’arte da poterlo apprezzare nel palato in tutto l’evolversi della sua gamma aromatica. Lo sapevate che il pepe di Sichuan è profumato? No, visto che di solito ve lo danno in dosi odontoiatriche e dopo il primo assaggio non sentite più niente.

Dietro a tanta sapienza si cela come prevedibile la mano di un uomo saggio ed equilibrato. In cassa faccio le mie domande di rito: di dove siete? Quale regione della Cina? I ragazzi dicono qualcosa che a me pare Guizhou, vicino a Sichuan, ma Confucio mi fulmini se ci posso giurare, e poi semplicemente dicono una cosa: Cucina Mio Papà, e me lo vanno a chiamare. Mentre ho principio di magone, esce dalla cucina un signore serio ma sorridente che mi rivolge un austero NI HAO e, dopo aver ricevuto i miei omaggi, mi guarda andare via con l’attenzione con cui si guardano trascorrere le nuvole.

Se, nel florilegio dei primi metri di via Padova, state camminando sul lato dei già blasonati e famosi ristoranti cinesi famosi, una volta provate a guadare il fiume toccando ogni sasso, cioè fatevi un favore: attraversate la strada.

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