Al Mercato NOODLE BAR – viale Bligny 3

Giacché siamo e saremo sempre per la curiosità, e giammai per l’esclusione, per il panteismo e giammai per l’ortodossia, per i pastrugni e mai per le pastine, siamo andati a provare anche il famoso asiatico all’italiana proposto a Milano dallo chef Roncoroni.

Locale soffuso e compatto che a dire il vero mi ha subito ricordato certi ambientini di Tokyo in cui mi è capitato di impertugiarmi un tempo. Anche l’affastellarsi di stilemi, cioè i disegni alle pareti, ripresi dai fumetti, e i pupazzetti (action figures) custoditi nel bancone di plexiglass, ricorda quel benedetto trash in cui i nipponici ahiloro sguazzano. Dietro al bancone però la serietà si distingue e manifesta in un menù di cocktail, molti a base di saké, veramente notevole. Originali e rivisitazioni (vedi il Bloody Molly, senza pomodoro ma che sa di pomodoro) creati mi pare di capire appositamente per questo Noodle Bar, vi riscalderanno e metteranno in testa un paio di idee decisive per la serata.

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Ma ascendiamo alla saletta soppalcata e un po’ bassa (anche qui la contenutezza degli ambienti mi richiama certi ristoranti del Sol Levante) e ispezioniamo il menù. Il noodle la fa ovviamente da padrone, in brodo o saltato, con diversi brodi (maiale, pollo, veggie) e vari complementi per la spadellatura, e a piacere si declina in tutte le sue incarnazioni: soba, udon e spaghetti di riso, di soia, sichuanesi e forse altro ancora. Se i riferimenti stilistici dell’arredo sono giapponesi, la cucina guarda a tutto il sud est asiatico e oltre agli spaghetti cinesi, in carta troviamo anche il pad-thai tailandese, gli involtini vietnamiti, i noodle malesiani (laksa lemak) con carne speziata.  Troviamo anche tanti altri classici dalle cucine dell’Oriente: dal chirashi al katsudon, il curry sia thai (quello verde) che giappo (quello profumato), le scodelle di fuoco, gli spiedini kushikatsu (fritti), i bao e i bahn (versione vietnamita) e gli immancabili dim sum (che qui da noi è ormai sinonimo di raviolo, invece in Cina comprenderebbe tutta una gamma di spuntini più assimilabili al concetto di tapas (ma pazienza)).

Ci avventuriamo quindi in una selezione improvvisata di classico e moderno. Aprono le danze delle chips di gyoza offerte dalla casa e accompagnate dalla maionese al cumino. Il gyoza è il raviolo giapponese che in questo caso si presenta solo come impasto lasciato aperto e tagliato a strisce e quindi fritto. Sembrano chiacchiere, per la verità, ma sono buone – quindi avanti con la sperimentazione. Udon saltati con germogli di soia e frattaglie. Le frattaglie sono tutte ben cotte e quindi morbide e veramente riconoscibili: c’è un po’ di trippa, un po’ di fegato, un po’ di cuori, dei polmoni che sembra il ritornello di Ottocento di De André. La zuppa del giorno che è una vellutata di fagioli asiatici (saranno stati azuki? ho dimenticato di chiederlo) con polpette di manzo ci ha lasciati un po’ tiepidi, quindi abbiamo deciso di stare sul menù elaborato a suo tempo dallo chef. I ravioli di anatra, per esempio, eseguiti da manuale e riempiti generosamente, i ravioli di cervella – croccanti, probabilmente cotti al forno, conditi con salsa allo zenzero – una bella sorpresa. Quando avete mangiato la cervella l’ultima volta? A me hanno riportato all’infanzia.

Per rinfrescarci il palato e asfaltarlo definitivamente chiudiamo con degli involtini di lattuga ai gamberi (e carote e basilico e altro), delicati ma bilanciati da un’ottima salsa di curcuma e archidi che insapidiva il tutto, e con un piatto chiamato Char Siu Pork. Quest’ultimo sarebbe una tagliata di maiale arrostito e glassato, la versione barbecue della cucina Cantonese, ed è un vero trip proustiano nelle vite precedenti. Servito con uno zuccoto di riso bianco, il Char Siu Pork vi concederà tutto ciò che vi aspettate di ricevere da un maiale cinese: cioè la tenerezza, il sapore deciso, le cotennine mezze sciolte e quella sensazione generale di appagamento e appicicaticcio che vi farà alzare contenti e pagare il conto senza fare una piega.

Il conto lieviterà del doppio grazie al consumo degli alcolici, che però si raccomanda perché rappresentano sicuramente una marcia in più a disposizione del ristorante. Oltre ai citati cocktail, una sintetica ma significativa carta dei vini (per noi sauvignon di Terlan senza ricarico eccessivo), birre orientali chiare e scure (Kirin e Musashino), saké allo yuzu, liquore di bambù e altre fantastiche avventure per noi della tribù dei nasi rossi. Se invece ci tenete a risparmiare sul bere, a discapito della vostra felicità, il costo da pagare per l’esperienza offerta è assolutamente accettabile.

In definitiva al Noodle Bar si può andare e tornare (il menù è in mutamento come gli esagrammi dell’I Ching) senza perturbare la pace degli antenati e anzi godendosi un’atmosfera rilassante fatta anche di cortesia e simpatia italiane e un buona selezione musicale (cosa di cui non si parla mai, ma che ti cambia – e a volte salva – la vita). Quindi per noi sono assolutamente quattro sì, anche se in effetti a tavola eravamo solo in due.

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