SAGAMI – piazza Duca D’Aosta 10

Appena aperto di fianco alla Stazione Centrale il 262esimo ristorante della catena giapponese Sagami, gli ambasciatori della soba nel mondo. Sagami, che propone lo stile culinario della prefettura di Nagoya, in precedenza era stato a Milano per Expo e poi ospitato da Well Kome (già recensito per voi su questi rulli), oggi sceglie proprio Milano per iniziare a espugnare il selvaggio ovest. Gli altri duecentosessantuno ristoranti pare infatti che stiano soprattutto in Giappone.

La mia piccola aiutante jap mi garantisce che la soba di Sagami è okay là da loro, ma ottima per lo standard italiota. Bene, ma perché così tanti ristoranti? Perché la soba, là dove sorge il sole, è come il pane e a mezzogiorno tutti mangiano soba, che una volta era venduta per strada dai baracchini ambulanti, e a capodanno l’ultimo piatto che si mangia è un piatto di soba. Come a dire soba a capodanno, soba tutto l’anno e chi volta il cul a Nagoya volta il cul alla soba. E anche: chi mangia soba campa cent’anni.

Infatti non si legga ristorante di catena uguale macdonald, la cucina di Nagoya è famosa per essere quella più salutare del Giappone e a testimonianza di ciò l’omonimo distretto conta un numero di abitanti ormai centenari da guinnes dei primati.

Spariamoci perciò in tutta tranquillità e senza apprensione alcuna una bella cotoletta di maiale impanata e fritta, cosparsa di una salsa densa e scura, appoggiata sopra una ciotola di riso bianco (misotonkatsu-don), o la versione più contenuta della stessa – semplicemente infilata su spiedino (kushikatsu). O una tempura di polpo, o pesce (chikuwa isobe), o pollo (tori karaage). Anche il tofu fritto e adagiato sopra una bella scodella di soba in brodo (kitsune soba) vi porterà fortuna.

Il menù come si sarà intuito è più di terra che di mare. Pochi pesci, giusto un po’ di salmone e tonno (sake e maguro) sopra una don di riso, qualche gambero fritto in tempura e poi la suprema, immancabile a mio avviso, anguilla grigliata in salsa Kabayaki (unagi). Per il resto carnine, polli, cipolle, uova, e riso, soba o kishimen (tagliatelle, praticamente, ma giappe) in brodo di soia o brodo di miso.

Noi comunque ci puliamo la bocca con qualche trancetto di polpo crudo in salsa wasabi, che non pizzica perché utilizza a rondelle lo stelo del wasabi – e non la famigerata radice – e quindi non copre il buon retrogusto di mare che i tentacoli sembrano ancora trattenere.

Il menù è quindi super giappo, sia nel senso che ha i manga sopra, sia perché consente di ogni cosa di averne anche la mezza porzione, la mini scodella insomma, e anche l’ambiente richiama la tradizione, con i tramezzi in bambù, le carte da parati tenui, le tendine alle porte e una musichina soffusa e minimalista che prelude a chissà cosa. La cucina è quella di casa, con preparazioni semplici e appetitose, e quindi Sagami è in sostanza il posto dove ci puoi andare tutti i giorni, mangiare tranquillo e scoprire quanto ancora poco ne sai della cucina giapponese.

Alla fine si può anche prendere il dolce, un tiramisù al té verde per esempio, o l’anmitsu (una marmellata di azuki, più o meno) tutto guarnito di frutta e glassa di zucchero nero, e andare a pagare un conto per niente punitivo. La cortesia da Sagami è la regola e anche aver a che fare con questo stile sobrio e sensibile del personale è una ragione per tornare e ritornare (anche senza una ragione).

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