WANG JIAO – Viale Padova 3

Questo è un post nostlagico del tempo che fu, e inizia più o meno così. C’era una volta Mong Kok… C’era una volta perché or non c’è più. Il posto è ancora lì, viale Padova 3, ma l’occhio che cerca si smarrisce e la memoria scolora. Torniamo quindi indietro di una decina di anni.

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Ancora ricordo quando un’amica mi disse: a te che piace il cinese ti ci devo portare. Un brivido elettrico, un pissi pissi, attraversava quella volta l’intera comunità di cinesofili (e cinesofagi) milanesi. Aveva aperto questo posto senza insegna, noto sotto il nome di Mong Kok, che era tutta un’altra cosa. Le statistiche ci avevano appena svelato che la maggior parte dei cinesi di Milano proveniva dalla stessa zona della Cina, ecco perché tutto sui menù era “alla cantonese”. Avevamo inoltre appreso con sgomento che l’involtino primavera in Cina non esiste. Era un’epoca di grave incertezza e senso di impotenza: la Cina lontanissima, noi impastoiati fra gli acquari, le lacche e i quadri tutti uguali, le bottigliette di salsa di soia che si sprecavano e rendevano ogni cosa simile alle altre. Quando ci è capitato fra le mandibole il manzo al cartoccio di Mong Kok è stato come vedere il sole per la prima volta.
Questi non erano cantonesi, questi facevano la cucina di Hong Kong. Si volava dalla provincia dell’impero direttamente nella metropoli d’Oriente, e non era affatto poco. Inoltre l’ambiente minimal industriale ha sedotto con un solo sguardo la nostra innata fighetteria. Il locale era composto principalmente da combinazioni di mattoni di cemento grezzi, cioé dei cuboni vuoti e aperti su due lati. Che diventavano parete porta bottiglie o tramezzo o sedile (con spazio per appoggiare la borsa). Questi di Wang Jiao sono stati fra i primi a far scendere un filo elettrico nero dal soffitto e ad attaccarci una grossa lampadina con resistenza a bassa tensione – complemento d’arredo ora diffuso all’inverosimile in ogni locale che si voglia dare un tono.
Questo è stato Mong Kok per noi (mi sembra una canzone di Paolo Conte). Inoltre ci ha portato le pentole di fuoco – prima mai viste – e ci ha tolto la salsa di soia dai tavoli – come i ristoranti stellati oggi non si sognerebbero mai di darti in mano l’olio e il sale. Poi Mong Kok si è dato un nome che sarebbe Wang Jiao, appunto, e di Wang Jiao ne sono stati aperti altri tre in giro per Milano. Prima ti presentavi a capocchia e ti sistemavi in mezzo a compagnie di ragazzi cinesi caciaroni e coppie di connoisseur, successivamente (e giustamente) sarebbe stato molto meglio prenotare.
Tornato ai giorni nostri in quello di via Padova, il primo amore, però ho trovato tutto cambiato. Innanzitutto la lochescion ripiastrellata da Leroy Merlin mi ha indotto il capogiro, tutto bianco e azzurro, niente più industrial design. Posto per sedersi subito e clientela tutta italiana, il milanese si imbruttisce. Mi hanno presentato quale novità le cose cotte “in botte”, che vengono servite proprio in una specie di botticella, e la trovata sarebbe mettere in fondo alla botte dei sassi (SASSI) caldi per mantenere la temperatura. I sassi (SASSI) non sono separati dal cibo, sono dentro: mescolati: affogati nel sughetto. Ho chiesto se fosse una tecnica tradizionale, mi hanno risposto che è un’invenzione dello chef.
Bene Signori, io non so più cosa dire. C’erano anche le lanterne cinesi. Punto. Non sono un purista del nuovo e ho pensato anche a un ritorno alle origini, un understatement da veri fuoriclasse. Purtroppo però gli spaghetti saltati erano abbastanza nella media – a parte il fatto che vengono utilizzati anche udon, che sono più consistenti e particolari; il manzo – non tutta polpa peraltro, ma molta rigaglia (che va anche bene, ma ditelo) – ben cotto ma fermi lì, sughetto senza spinta; polpette di carne e melanzane – con i sassi – discretamente anonime.
Negli intenti di questo blog c’è anche quello di non fare stroncature e questa perciò va intesa solo come recensione NOSTALGICA. E in onore del tempo che fu, giuro che in viale Padova ci torno e gli dò un’altra chance e se ancora non sarò convinto mi farò il giro di tutti e quattro i Wang Jiao di Milano per stilare una superclassifica.
A seguire: antologia in più tomi.

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