Commissary Kitchen, via Beruto 13

Quietamente acquattato fra le viette tranquille di Lambrate, in quel ramo del quartiere che fiorisce fra piazza Bottini, via Peroni, via Grossich e via Bassini, si ingrassa, molto  frequentato dai connazionali quanto celato agli occhi milanesi, il ristorante filippino più autentico e credibile in cui mi sia imbattuto fino a oggi.

Commissary vuole dire mensa, oltre che commissario – mentre me lo spiegavano ero nella prima digestione, quindi non ci giurerei. Il locale è organizzato tipo fast-food con tanto di tabelloni luminosi, menu combo, eccetera, ma la quantità dell’offerta costringe inevitabilmente a ricorrere ad un menu vero e proprio e poi scopri che ci sono anche dei fuori lista. Tipo la zampa di porco che abbiamo adocchiata appesa presso la vetrina della cucina a vista e abbiamo chiesto qu’est-ce-que c’est? Prima bollita, poi fritta, ha detto Carlo (poi vi dico anche chi è Carlo). Bene, spara! Abbiamo detto noi, inconsapevoli del fatto che sarebbe arrivata tutta – pur se fatta a pezzetti – e a dimensione naturale.

Andiamo con ordine però. Tutto ciò che è sisig (è onomatopeico) viene servito sulla piastra rovente e quindi continua per tutto il tempo a fare shshshshsh (o sisig, come dicono loro). Si possono avere un sacco di cose sisig, noi abbiamo avuto il bulalo che in sostanza sarebbe l’ossobuco di manzo che, servito con un splendido zuccotto di riso java, rimanda ad atmosfere meneghine ormai perse nella scighera della memoria.

Appurato quanto siamo tutti fratelli negli oss buss, proseguiamo pure. Tutto ciò che è silog arriva come un piatto unico comprensivo di riso, uova fritte e poi una carnina grigliata a piacere. Mi pare di capire che ordinando una portata ci si può sfamare di sicuro e a buon mercato. Ci sono tuttavia anche parecchi antipastini, anche più economici, fra i quali ravioli siomai in stile cinese, spiedini vari, polpettine di pesce, e alcune zuppe – ottima quella di riso e pollo (lugaw), che a sua volta fa molto pianura padana.

Alla fine Carlo, uno dei proprietari, che è molto gentile e disponibile a spiegare agli italiani il contenuto delle ricette e tutto ciò che essi desiderano sapere, mi racconta che loro vengono da Quezon, vicino a Manila, ma fanno piatti di varie zone, in modo da consolare le nostalgie di tutti i connazionali. Ad esempio ci sono il kare-kare che viene dal tal posto, e il chiken bicol che viene dal tal altro. Questa giovialità e semplicità e onestà intellettuale, unite alla prima digestione del suddetto zampone fritto, mi fanno subito amare Carlo che continua a chiacchierare mentre tutti i filippini seduti intorno a noi ci guardano un po’ come allo zoo si guarda l’elefante che sa contare con la zampa. Neanche da dirlo che l’impressione generale che ne ricavo è stupenda e ci voglio tornare il prima possibile, magari armato di citrosodina.

A proposito, se volete provare anche voi una zampone experience, o similare – comunque con cotenne, grasso e cartilagini anessi – magari chiamate prima e prenotate.

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