TAIWAN – via Adda 10

Mi duole contraddirla, ma i cinesi sono i migliori ristoratori al mondo. Lo diceva Bruno Ganz a Licia Maglietta in Pane e tulipani (Silvio Soldini, 1990). Allora noi diciamo: nì, i migliori, a voler essere pignoli sono i taiwanesi, ce lo conferma anche la CNN che ha fatto un sondaggio mondiale nel 2015.
Come i migliori infatti i taiwanesi di Milano sono pochi e discreti. Ci imbattiamo nel ristorante di via Adda una sera estiva in cui sta per piovere, quasi per caso. Mi attira la scritta Taiwan che mi ricorda come sempre le storie di Corto Maltese – l’isola di Formosa, i nazionalisti in fuga dalla rivoluzione, lo Stato cinese mai riconosciuto dalle altre nazioni. Entriamo in un ambiente minimale e soffuso, unica concessione di spirito: un Budda che ride (dorato) alto quanto una persona.
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La proprietaria si prende cura di noi che decidiamo di fare una cena vegan, se si riesce. La padrona, affabile e determinata ci guida con mano sicura nella scelta dei piatti. Alle mie domande indiscrete conferma con ostentazione di essere taiwanese di Taipei e quindi di non rompere le balle (questo ce l’ho aggiunto io). Di seguito ci ordiniamo tutti gli antipasti senza carne: involtini taiwanesi (piccoli e fritti) abbinati a un particolare dressing di limone e peperoncino, i ravioli di spinaci alla griglia (pasta non sottilissima ma decisamente fatta in casa) e questa focaccia di cipollotti che è tipo una crepe fritta ed stata la vera rivelazione: buona e tanta. La signora intanto passa e mi sgrida che metto la salsa di soia sui ravioli, in questo locale non si scherza niente.
Segue un ciotolone di ramen asciutto (perché il brodo sarebbe di carne e la sciura ormai segue la missione alla lettera), condito di cetrioli e salsa di sesamo. La nota a margine, sempre a cura della proprietà, è che il ramen vero è questo e non quello dei giapponesi – sui quali la sciura sbuffa tanto quanto loro, i giapponesi, sbuffano sui cinesi. Annuiamo educati, tanto a noi che ce ne frega. Poi arriva una piramide di tofu fritto e a me, visto che mi hanno sgamato che mi mangio anche i gatti, una porzione di pollo in tre tazze, che è l’orgoglio nazionale e quindi mi tocca. Le tre tazze si mettono in cottura: una di vino di riso, una di olio di sesamo, una di salsa di soia. Mi arriva una pentolina sferica e rovente con dentro molti pezzi di un pollo tenero e profumato.
La birra taiwanese esiste, ma importarla non conviene, quindi si beve una Tsingtao senza fronzoli e va bene così. Andiamo a pagare un conto proporzionato e in piedi davanti alla cassa conosciamo l’altra socia. Segue un breve interrogatorio incrociato condito da qualche battuta reciproca e la promessa di tornare a mangiarmi tutti gli animali da cortile possibili e immaginabili. Mi sono piaciute queste due signore che fanno una cucina delicata e sana, senza concessioni ai sapori forti ma sempre con un certo equilibrio di profumi, all’ombra della Stazione Centrale da circa trentanni… E pensare che io non ci ero mai stato!

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