YAMAMOTO – via Amedei 5

Gastronomia Yamamoto è uno dei posti preferiti da chi scrive che appena può ci passa la pausa pranzo – se si riesce a sedere. Questa seconda recensione segue a una serata fra amici che, dopo vari infruttuosi  tentativi di prenotazione, ci ha permesso di provare anche Yamamoto by night.
La differenza con la formula proposta a mezzogiorno è che i piatti principali non arrivano su di un vassoio assemblati con le varie ciotoline di contorno, ma ogni cosa va ordinata a sé – con ovvie conseguenze sullo scontrino. Quindi, prima di accedere ai già conosciuti e apprezzati pollo teriyaki, riso con curry – ka-ree, salmone o sgombro alla griglia, ci siamo sbizzarriti con gli antipasti. La cosa più particolare che abbiamo trovato è il MUZUKU, una ciotola di alghe di mare marinate nell’aceto, che là equivale a dire “mi faccio un’insalatina” ed ha un buon restrogusto lagunare molto suggestivo. Poi ci sono gli ONIGIRI, le pallotte di riso dei cartoni animati, anche ripieni di prugne salate (estreme come l’oriente) e diverse cose a base di patate, tipo in insalata o le crocchette – gigantesche, ma leggere. Con le crocche arriva una salsa squisita da dipendenza dopo un tiro, fatta in casa – ovviamente – con frutta, verdura e miele (lontana parente della worchester per capirci). Del giorno abbiamo trovato una zuppa di carne e verdure (decisamente nutriente – qualcuno ha detto “gozza” o “zozza” non ricordo) servita insieme a una saliera di legno contenente il SHICHIMI, miscela profumata di sette spezie più o meno piccanti.
Dunque la sera, e a maggior ragione la sera, resta il fatto che Yamamoto sta in pieno centro ed è una gradevole alternativa ai ristoranti per turisti, a quelli alla moda e ai vari spennatoi presso i quali è possibile cenare a Milano. Resta che Yamamoto ha una bella sala da pranzo essenziale e luminosa e che la cortesia di tutto il personale è di regola. Resta però uguale anche il menù – con qualche aggiunta di piatti del giorno – che riconferma la vocazione di Yamamoto a essere soprattutto una gastronomia dove è possibile assaggiare alcuni piatti della tradizione giapponese preparati in semplicità ma con estrema cura e attenzione alla qualità degli ingredienti.
L’impronta nipponica resiste dunque alla tentazione etnochic milanese, per cui se una cosa è delicata e leggera tale resta, come la farebbe nonna, e se una cosa è finita è finita – il piatto non c’è e Paganini non ripete. Infatti neanche questa volta sono riuscito ad aggiudicarmi il donburi con la bistecca alla wa-fu, che resta il mio miraggio e che pertanto continuerò a inseguire.
P.S.: visto che era sera ci abbiamo dato con il vino, scoprendo un’ottima bottiglia di chardonnay delle Langhe – una bella sorpresa e quindi un più (+) per la cantina.

 

 

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