Vero Cinese – via Boscovich

Qua già il titolo è un programma. Stupisce l’intuizione per il dettaglio che tutti coloro che ricercano vogliono: il vero. L’autentica cucina di un luogo, senza concessioni o imbastardimenti. Stupisce l’intuizione soprattutto perché scavalca una barriera culturale e linguistica quasi intatta. Per capirci il locale è veramente un vero cinese, in ogni senso: sia dal punto di vista della gestione che alla fine ti rilascia lo scontrino fiscale tutto in cinese (salvo i numeri), che da quello della proposta culinaria.
Da Vero Cinese, o Jiang Hu Maocai per i filologi, si propongono sostanzialmente due tipi di piatto (denominati Mao – della provincia del Sichuan – e Hot Pot (?) della confinante provincia Chong Quing) entrambi riconducibili sotto l’etichetta di fonduta cinese. Quindi niente riso cantonese, niente pollo agli anacardi e niente involtino primavera ma ogni tavolo è dotato di un fornelletto stile camping, che viene acceso, e sul quale vi depositeranno una pentolona di brodo. La prima scelta da operare è dunque quella circa il sapore della zuppa, perché poi condizionerà tutto il pasto dato che in quella pentola vi troverete a immergere tutto ciò che avete ordinato per cucinarvelo voi stessi. La scelta è ampia: si possono ordinare pasta, carni, pesci e verdure. Preparazioni per polpette – come il maiale alle erbe o la tartare di gamberi – che ben si prestano ad essere calate tramite l’apposito cucchiaio traforato nel pentolone bollente. Tra le verdure anche le meno convenzionali come il taro (patata dolce), il pac choi (cavolo cinese), la radice di loto, i funghi meravigliosi (!). Per paura di restar senza abbiamo ordinato anche una porzione di uova di quaglia – ne sono arrivate una decina, già sode e sbucciate – che riscaldate nel brodo piccantissimo si sono rivelate una delizia.
Attraverso questa modalità del cucinatelo tu, o per meglio dire del lancia una polpetta nella pentola e poi cerca di ritrovarla, il pasto diventa un’esperienza più che conviviale: ludica direi. Armarsi di pazienza, quindi, e voglia di giocare. Una certa confidenza fra i commensali è consigliata visto che non andrete esenti da schizzi, tiri a vuoto  e paciughi in genere. C’è però da dire che tutte le preparazioni assaggiate erano fresche e profumate e pertanto con più persone ci si siede a tavola più delizie si avrà l’opportunità di assaggiare.

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L’ambiente è simpatico e particolare. Lungi dall’assomigliare al classico ristorante cinese, strizza più l’occhio a un certo minimalismo commerciale nipponico. Si pranza seduti all’interno di una struttura di legno, i menu e le tovagliette sono disseminati di messaggi scherzosi e indicazioni per l’avventore. Su di una parete, inoltre, vengono proiettati degli anime colorati (cartoni animati).
Ultima nota di vero cinese: fra le bevande si trovano alcuni succhi – come quello di prugna affumicata – proposti in bottiglie di servizio ed evidentemente fatti in casa, che costituiscono una valida alternativa analcolica per chi non vuole alzare i toni. Per tutti gli altri  Tsingtao, ovviamente.
Conto: non eccessivo, ma non da abbuffata. Quindi: contegno!

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