EnotecaWine – via Brentano

Si chiederà il gentile pubblico: perché un’enoteca in tutto questo? Allora: primo perché è uno dei miei posti preferiti in assoluto. Cioè un punto fermo, un porto sicuro dove c’è un briciolo di casa nel mezzo del temporale del mondo. Secondo: per via di Kiyomi, una dei due proprietari e gestori, che propone con semplice grazia e competenza incomparabile il proprio approccio giapponese al vino. E vi dirò che in una città dove l’enoteca, come il sushi, è passata dalla nicchia alla moda nel giro di dieci anni, una città ormai ricca di “vino vinoso”, di “una bottiglia non per tutti” e “champagne che sa di nocciola”, in una città che il concetto di “bauscia” l’ha creato, a Milano insomma un po’ di rigore nipponico non guasta proprio per niente.
Storia di Kiyomi.
Kiyomi Yashida, nata e cresciuta a Tokyo, già a casa sua, nella sua comoda e brillante vita di redattrice di giornali femminili, non domandateci il perché, sentiva il richiamo delle sponde italiche dalle migliaia di chilometri di distanza. Noi ridiamo ma Kiyomi, fra una recensione di un ristorante e un articolo di cucina, sempre cucina italiana si intende, si imbarcò ben undici volte per Firenze, e di lì per varie visite alle maggiori imperdibili bellezze di casa nostra. Alla fine la misura fu colma e Kiyomi decise che, basta , ora che l’Italia era fatta, bisognava fare l’italiano. Detto fatto la Nostra quindi si licenzia, molla tutto, e si trasferisce a Firenze per sciacquare i panni in Arno, cioè imparare il non facile idoma nazionale. Dopo quattro mesi la ragazza era studiata e anche più o meno pronta a rimpatriare ma, cantava Paolo Conte, “è tutto un complesso di cose che fa si che io rimanga qui”. E’ così che in tutto questo trasporto scanzonato e parecchio italico, il genio giapponese si affaccia, alza un dito e chiede: quindi torniamo a casa così, dopo quattro mesi, come un Erasmus qualsiasi? L’ombra del fancazzismo è cosa grama nel Sol levante e Kiyomi ben lo sa ed eccola lì infatti che ti coniuga l’utile al dilettevole iscrivendosi ai corsi dell’Associazione Italiana Sommelier. Qui immaginiamoci che suoni un gong e che il film parta a doppia velocità con Kiyomi che passa tutti gli esami, batte tutti i pronostici e si diploma a tempo di record – come sommelier e anche come qualcos’altro che ora non mi sovviene. In una parola la Nostra è iper qualificata, il genio giapponese soddisfatto e pertanto incline a tornarsene a oriente. Ma… ma… C’è sempre un “ma”. Non esci dal mondo del vino come sei entrata, bambina, te lo dice Bacco: il vino è un dio e ingarbuglia i destini. Kiyomi è brava, la vedono e la cercano, entra in contatto con sommelier stellati, lavora prima in ristorante, poi in enoteca, sempre al top. Così passano gli anni e nel 2011 Kiyomi sarebbe anche pronta per tornare a casa ma, una volta sul posto (altro gong per favore dalla regia): disastro naturale (Fukushima). Chi può lasciare il paese lo lasci e Kiyomi torna da noi.
Di ritorno in Italia la Nostra rilavora, subito, ma presto si stanca e, lupus in fabula, ti incontra il Sebastiano Baldinu – amico di amici, anche lui diplomato AIS. Sebastiano cerca un socio per mettersi in proprio e fornire al mondo la sua versione dei fatti. Kiyomi ci sta e nel 2014 finalmente aprono l’Enoteca WINE, locale essenziale e funzionale, con pochi fronzoli ma tutto l’occorrente per conoscere e degustare.

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Storia di Wine.
Solo pochi cenni di fighezza. Quando chiedo della scelta del nome: né italiano, né giapponese, per stare a metà strada, ed era un dominio libero sulla rete. Quando chiedo del logo, illuso che ci fosse dietro lo zampino giappo, scopro che è un carattere tipografico italiano (forse liberty): la E, usata anche sdraiata così sembra una W (o anche un ideogramma (cinese (per montagna))). Insomma è tutta una serie di fortunate coincidenze, di pezzi che vanno a posto naturalmente, di meriti che non si accaparra nessuno. Eleganza e sostanza, perché qua ciò che anima tutti è parlare di vino e nient’altro. La filosofia del posto?  In un primo momento sembra non ce ne sia una, ma parlando un attimo viene fuori che di ogni bottiglia Kiyomi e Sebastiano conoscono la famiglia e i genitori. A parte qualche concessione al main stream infatti qui si trovano tutti piccoli produttori che i nostri eroi vanno a trovare regolarmente, anche per fare rifornimento – certo – ma da quanto capisco ci andrebbero comunque. Trovare molto biologico e biodinamico su i loro scaffali non è la conseguenza di una scelta fatta a priori, ma il frutto delle loro ricerche – che antepongono il buono al giusto, ma – che seguendo il buono trovano il giusto.  Tanto lavoro di ricerca quindi, lavoro svolto sempre in prima persona: se poi ci sono anche due birre, infatti, sono olandesi come la compagna di Sebastiano; se c’è qualche ottimi vasetto di sottolii, sono sardi come Sebastiano; e se c’è una selezione di sake, fra gli altri selezionatissimi distillati (shochu) nostrani (speciale citazione del cuore – anche se non si dovrebbe – per i distillati di Capovilla) e internazionali, ovviamente è grazie a Kiyomi. Mi viene spiegato per sommi capi, data la mia ignoranza grassa, che il sake si divide fra quello con aggiunta di alcool e quello di sola acqua e riso (jun mai), e da Wine ovviamente trovi solo di questo secondo tipo. Poi ci sono una serie di gradazioni di finezza in base alla percentuale di levigatura dei chicchi di riso utilizzati allo scopo, vi metto un opuscolo che è meglio – con la raccomandazione di andare trovare Kiyomi per farvelo spiegare come si deve.

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Sulle ultime battute della nostra chiacchierata, infine, Kiyomi mi dice una cosa. Non è proprio la filosofia del posto, ma diciamo un piccolo segreto zen valido in tutto l’universo: sono le persone che stanno dietro al banco che fanno il locale. E’ ben per questo cara Kiyomi, e caro Sebastiano, che vengo sempre da voi.

 

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