Maoji – piazza Aspromonte

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Si mangia in una sala da trenta posti che vorrebbe ricostruire lo scenario di un vicolo di strada (cinese) con tubo della grondaia, tettoie, muri di mattoni, finte finestre e numeri civici. L’effetto Las Vegas – o Viareggio – è mitigato da una certa cura per il dettaglio (sulla grondaia sono applicati stickers in cinese e volantini strappati) e una buona dose di autoironia. L’impressione complessiva è di freschezza e non stupisce che i ragazzi che servono ai tavoli siano tutti giovani e vestiti casual.  Sulle prime, diciamolo, fra tovaglie verdi da bisca e stoviglie di latta smaltata con sopra gli eroi della rivoluzione, sembra di essere capitati fra le grinfie di una banda di teenagers. E invece è tutto studiato, una suggestione ben costruita miscelando ironia, autorefenzialità e messa in secena. Tant’è che senza prenotazione non si entra e pure prenotare richiede una certa tenacia.
Visto che chi scrive alla fine ce l’ha fatta passiamo a parlare del menù, fotocopiato fronte retro su di un foglio A4 spiegazzato e ricco di aggiunte a penna (questi qua raga sono più hipster di noi). I piatti si dividono in tutto fra due grandi categorie: i ciotoloni e gli stuzzichini. Fra i primi ci sono quelli a base riso, quelli a base pasta e le zuppe di wanton e non (perdonate la rima). La varietà dei condimenti non è infinita ma le scelte sono tutte golose: dalla pancetta stufata alle interiora, sia intestino che stomaco, alle polpette di pesce. I ciotoloni, oltre a essere belli, sono anche abbondanti; così come gli stuzzichini fra i quali troviamo: gli immancabili ravioli, ma solo di tre tipi fra i quali l’anatra (rarità) e fatti molto bene (pasta sottile, ripieno fresco), i più particolari baozi (soffici panini cinesi ripieni di carne di maiale che profuma molto di zenzero), le polpette di polpo (takoyaki) e gli involtini di gamberi con la pasta fillo. Di mezzo poi ci sono anche dei “secondi” di carne: noi abbiamo provato l’agnello con peperoncino, cipollotto e arachidi che era proprio una favola.
I ragazzi alla cassa infine ci spiegano che qui si fa cucina di tutte le regioni delle Cina, ragione della bella varietà nella carta, con una particolare attenzione allo street food (già, dicono proprio così). Noi troviamo che i piatti offrano un ricco bouquet di profumi ben bilanciati, una cucina saporita ma leggera. Già che eravamo alla cassa, diciamo pure quanto si spende (con una bottiglia di vino in quattro): il giusto e forse anche qualcosa meno.
Nota: carta dei vini piccola ma decorosa, per il resto birre nazionali, la Tsingtao di rito e la Singha tailandese, il te, anche nella versione bibitone pop nota al mondo come Bubble-tea.

 

 

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